Gioya Restaurant e i 70 anni dell’Hotel du Lac di Bellagio

    fotografo Lido Vannucchi

    Gioya Restaurant c/o Hotel du Lac P.za Giuseppe Mazzini, 32 22021 Bellagio (CO)

    Lo Chef

    Compie 70 anni quest’anno l’Hotel du Lac di Bellagio, una bella storia di famiglia iniziata nel 1956 grazie ad Arturo e June Leoni, quando il turismo internazionale sul Lago di Como muoveva già i primi passi. Nel corso dei decenni Bellagio è diventata una delle mete simbolo del quiet luxury, capace di attrarre ospiti da tutto il mondo con le sue ville storiche, gli alberghi affacciati sul lago, le scalinate ripide a disegnare il dedalo del centro, e un’eleganza discreta che ha saputo attraversare il tempo.

    In questi settant’anni la famiglia Leoni ha sempre mantenuto la guida dell’albergo, scegliendo di non cedere alle proposte dei grandi gruppi alberghieri per preservare un’idea di ospitalità autentica, personale e profondamente familiare. Una scelta che ha consentito di far crescere costantemente la struttura, investendo nella qualità dell’accoglienza, nella valorizzazione del personale e in un continuo innalzamento degli standard di servizio.

    Dal 2025 anche l’offerta gastronomica ha compiuto un deciso salto di qualità. Accanto al bistrot Arturo, ospitato sotto gli storici portici affacciati sul lungolago, la terrazza del primo piano è diventata la casa di Gioya, il ristorante fine dining dell’hotel. A guidarne il progetto è Francesco “Baba” Leoni, che ha costruito una brigata giovane e affiatata affidandone la cucina ad Antonio Di Michele.

    A soli 33 anni, Di Michele porta con sé un percorso di grande prestigio: cinque anni al tristellato The Connaught di Hélène Darroze a Londra, seguiti da due stagioni tra Mauro Colagreco e Beefbar a Nizza. Attorno a lui è nato un gruppo di cuochi quasi tutti coetanei, accomunati da precedenti esperienze condivise e da una visione gastronomica che unisce italianità e grande tecnica classica. Ne nasce una cucina elegante, leggibile e contemporanea, perfettamente in sintonia con il contesto dell’haute hôtellerie e capace di dialogare con una clientela internazionale.

    La ricerca parte dall’osservazione del territorio, dai piccoli orti affacciati sul lago, erbe spontanee e produttori locali diventano il punto di partenza di un viaggio che attraversa l’Italia alla scoperta di eccellenze regionali. Arrivano così le carni abruzzesi, omaggio alle origini dello chef, il pescato proveniente dalla Liguria e dall’Adriatico e una selezione di ingredienti scelti per raccontare il Paese nella sua ricchezza gastronomica.

    Anche la costruzione del menu riflette questo spirito corale, con la complicità dell’head chef Nicolò Talpo, già tra le fila di Paolo Griffa e Luca Marchini. La maggior parte della brigata ha già lavorato insieme in passato e condivide un metodo basato sul confronto continuo, in perfetta sintonia con la filosofia della famiglia Leoni. Accanto alla carta trova spazio il percorso degustazione Iconici, dedicato ai grandi piatti che hanno costruito l’immaginario dell’alta ristorazione internazionale, a partire dalla tradizione francese.

    Tra gli antipasti (capitanati dal brasiliano Pedro Bracki) spicca l’Astice in insalata con pera nashi, dragoncello, pompelmo rosa e petali di daikon marinati allo yuzu. Tra i primi, ormai divenuto uno dei simboli del ristorante, il Tagliolino al caviale. La pasta fresca viene cotta in un dashi profumato con zenzero, lemongrass e kefir, quindi mantecata con burro, plancton e limone, prima di essere completata da una quenelle di 20 grammi di caviale Kristal Kaviari, che amplifica le note iodate e agrumate del piatto.

    Insalata di astice
    Tagliolino al caviale

    Grande attenzione è riservata anche alle carni. Il Filetto alla Rossini viene preparato con la carne equina dell’allevatore Borgato, scelta per la sua straordinaria morbidezza e per un profilo aromatico delicato, apprezzato anche dalla clientela internazionale. Le preparazioni classiche rappresentano una delle passioni di Di Michele, dalle croste alla Wellington ai pâté en croûte, fino alle terrine di pollame. L’agnello, immancabile richiamo alle sue origini abruzzesi, trova espressione nella razza bergamasca, lavorata insieme al sous chef Roberto Mastrocola, già allievo di Niko Romito: la carne viene assemblata in un mosaico con bieta, cotta al forno e rifinita sulla brace.

    Filetto alla Rossini, tartufo, foie gras, spinaci
    Sella di agnello farcita, indivia belga alla vignarola

    Il vegetale non svolge un semplice ruolo di accompagnamento, ma diventa spesso protagonista. È il caso dell’asparago, proposto attraverso consistenze e tecniche differenti: crudo, scottato in padella e sulla brace, fermentato, trasformato in purea lattica, accompagnato da grano saraceno croccante, albicocca acerba e spuma di salsa bernese al dragoncello.

    Asparagi, salsa bernese, cedro, grano saraceno, albicocca acerba

    La partita dei primi, guidata da Eros Bizzanelli, alterna paste fresche e pasta secca. Accanto ai plin ripieni di coniglio, al cannellone gratinato ispirato alla crispella abruzzese e al Tagliolino al caviale, trova spazio uno Spaghetto che rilegge il classico pomodoro attraverso una tecnica resa celebre da Errico Recanati: la pasta termina la cottura sulla brace, acquisendo una consistenza più tenace e una delicata nota affumicata, prima di essere reidratata con acqua di pomodoro e mantecata con burro, limone, crema di friggitelli, maggiorana e polvere di pomodoro. Un piatto dalla grande personalità, giocato sulla profondità del gusto e sul contrasto delle consistenze.

    Cannellone gratinato, ricotta, erbe amare, aglio orsino, limone alla brace
    Spaghettone cotto sulle braci, pomodoro, friggitelli, maggiorana

    Chiude il percorso la proposta dolce di Alberto Cerutti, approdato quest’anno a Gioya. La sua pasticceria privilegia equilibrio e precisione, valorizzando la stagionalità della frutta. Ne è esempio il dessert dedicato al barattiere, frutto immaturo del melone, composto da biscuit, gel di lampone e ibisco, sorbetto al barattiere, spuma e cialda di yogurt di capra, completati da polvere di yogurt e lampone. Il finale è affidato a un grande classico dell’ospitalità italiana, il babà con crema agli agrumi, pensato per essere condiviso al centro del tavolo e chiudere il percorso con un gesto di convivialità.

    Barattiere, yogurt di capra, ibisco

    La sala è perfettamente in sintonia con la cucina: giovane, preparata e animata dalla stessa visione. A guidarla è il maître Davide Prestinari, affiancato dal barman Daniele Ripoli e dalla sommelier Rosa D’Aniello, autrice di una carta dei vini che, accanto ai grandi nomi delle più prestigiose denominazioni italiane e francesi, valorizza il panorama contemporaneo dei microproduttori più interessanti. Una selezione che dà spazio anche a territori meno conosciuti ma di grande personalità e a una significativa rappresentanza di vini artigianali e naturali.

    Il risultato è un progetto di ospitalità coerente in ogni suo aspetto, dove cucina, sala e cantina dialogano con naturalezza. La proposta gastronomica interpreta la tradizione italiana con uno sguardo personale e contemporaneo, mantenendo sempre leggibilità ed eleganza. Un linguaggio capace di parlare a una clientela internazionale, offrendo un’esperienza autentica, lontana dagli stereotipi e dalle semplificazioni che troppo spesso accompagnano la cucina italiana nel mondo.

     

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